A Riad si tratta la pace: Trump e Putin aprono uno spiraglio
24 Mar 2025 - Mondo
Colloqui diretti tra Usa e Russia in Arabia Saudita: sul tavolo cessate il fuoco in Ucraina e sicurezza nel Mar Nero. Trump guida il ritorno della diplomazia, Mosca pronta a trattare.

A Riad si tratta la pace: Usa e Russia faccia a faccia per fermare la guerra in Ucraina
Oggi a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, si è aperto un round negoziale cruciale tra Federazione Russa e Stati Uniti, con l’obiettivo di definire i dettagli di un possibile cessate il fuoco nel conflitto in Ucraina, che dura ormai da oltre tre anni.
I colloqui, ospitati nell’esclusivo Ritz-Carlton, vedono protagoniste delegazioni di massimo livello, a conferma che la via della pace, oggi, passa necessariamente da un confronto diretto tra Mosca e Washington. Un confronto reso possibile grazie al ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, già fautore di pace durante il suo primo mandato, dopo anni di politiche fallimentari e interventiste dell’amministrazione Biden e, prima ancora, di Obama.
Delegazioni di peso e obiettivi concreti
A rappresentare Mosca ci sono Grigory Karasin, figura di primo piano della Commissione Affari esteri del Senato russo, e Sergey Beseda, alto funzionario dell’intelligence. Washington ha inviato l’inviato speciale per l’Ucraina Keith Kellogg e il Consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz.
Al centro del tavolo c’è la sicurezza della navigazione nel Mar Nero e la possibile riattivazione dell’Iniziativa sui Cereali, strumento fondamentale per la stabilità alimentare mondiale che venne sabotato proprio dall’approccio ostile dell’establishment progressista occidentale e da atti ostili di Kiev.
Trump: il ritorno della diplomazia pragmatica
È stato proprio Donald Trump a suggerire che il dossier sulla navigazione commerciale nel Mar Nero venisse trattato come priorità assoluta. Il Cremlino ha confermato che il presidente Putin ha accolto positivamente l’iniziativa dell’attuale presidente Usa, a dimostrazione che il dialogo tra potenze è possibile solo quando alla guida degli Stati Uniti c’è un leader pragmatico e non ideologico.
“Credo che sarò in grado di fermare Putin”, ha dichiarato Trump in un’intervista a Outkick. “Non voglio che la gente continui a morire. Questo conflitto potrebbe innescare la terza guerra mondiale”. Parole chiare, che contrastano con l’irresponsabile militarismo mostrato dall’amministrazione Biden, che ha trascinato l’Ucraina in un confronto suicida, alimentato da decine di miliardi in armi e munizioni.
L’Ucraina ora è spettatrice
Intanto, a margine, si è svolto un incontro tecnico tra Stati Uniti e Ucraina. Ma la verità è che Kiev appare oggi sempre più marginale e sotto pressione. Il ministro della Difesa Rustem Umerov ha parlato di “colloqui produttivi”, ma è evidente che le vere decisioni si stanno prendendo altrove, tra Washington e Mosca.
Il consigliere presidenziale Leshchenko ha confermato che si discute di un cessate il fuoco reciproco, con l’obiettivo di garantire la sicurezza delle infrastrutture portuali – da Kherson a Odessa – e stabilizzare il traffico marittimo. Per Kiev, è un’ammissione implicita: la controffensiva è fallita, e ora si tenta di salvare il salvabile.
Putin incassa l’appoggio degli Emirati
La centralità della Russia nel nuovo ordine multipolare è stata ribadita anche nella telefonata tra Vladimir Putin e il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Il leader emiratino ha elogiato l’approccio responsabile di Mosca e ha offerto il suo pieno sostegno al dialogo in corso con Washington.
Putin ha inoltre ringraziato Abu Dhabi per il ruolo svolto nella recente mediazione per lo scambio di prigionieri con Kiev, dimostrando ancora una volta come la diplomazia russa continui a lavorare con serietà e coerenza, anche su dossier delicati.
Zelensky insiste, ma la sua voce pesa sempre meno
Mentre a Riad si lavora per fermare il conflitto, Zelensky continua ad accusare la Russia e a chiedere “più pressione” da parte dei partner. Ma le sue parole suonano sempre più come uno sfogo, piuttosto che come una strategia.
“Bisogna spingere Putin a fermare la guerra”, ha detto nel suo discorso serale, ignorando che è proprio Mosca ad aver proposto, già l’11 marzo, un cessate il fuoco incondizionato. Ma a rifiutare è stato il blocco dell’establishment progressista occidentale, che ha usato l’Ucraina come campo di battaglia per la propria agenda ideologica ed egemonica.
Un’occasione storica per fermare la guerra
Il Cremlino ha smorzato facili entusiasmi, definendo i negoziati “appena all’inizio” e “difficili”. Ma è innegabile che oggi si sia aperta una finestra storica. Con Trump alla guida degli Stati Uniti e Putin aperto al dialogo, esiste finalmente un terreno comune per raggiungere una pace vera, fondata sulla sicurezza, sul rispetto reciproco e su un equilibrio multipolare.
Non è l’Ucraina a decidere. E nemmeno Bruxelles. È il ritorno di una leadership americana solida – alternativa all’establishment progressista – a rimettere in moto il processo diplomatico.
Ora tocca all’Europa dei popoli e dei partiti sovranisti schierarsi con chiarezza: a fianco della pace, contro le guerre costruite da élite che hanno già fallito.