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Difesa UE, l’Italia in prima linea

30 Mar 2025 - Finanza

Il piano Readiness 2030 rilancia l’industria europea della difesa: opportunità miliardarie per Leonardo, Fincantieri e Avio. Von der Leyen: “Posti di lavoro e crescita per l’Italia”.

Difesa UE, l’Italia in prima linea

Readiness 2030: il piano europeo per la difesa è un volano economico, e l’Italia può essere protagonista

L’Unione Europea ha imboccato con decisione la strada del riarmo strategico. Ma a differenza del passato, oggi la difesa non è più solo una voce di costo: è una leva industriale, tecnologica ed economica. Lo dimostra il piano “Readiness 2030”, illustrato nei giorni scorsi dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, in un’intervista al Corriere della Sera. Non solo sicurezza, ma crescita. E l’Italia, con il suo tessuto produttivo avanzato e le sue eccellenze nel comparto della difesa, ha molto da guadagnare.

Un’occasione industriale per l’Europa e per l’Italia

Il piano “Readiness 2030” prevede un massiccio sforzo di investimento per rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa, puntando su innovazione, ricerca e sviluppo. Ma c’è di più: si tratta anche di rilanciare l’intera filiera industriale della difesa, stimolando occupazione qualificata, innovazione dual-use (civile e militare), e sinergie pubblico-private.

Secondo la von der Leyen, l’Italia “ne trarrà un grande beneficio” grazie a una base industriale solida e competitiva. Giganti come Leonardo, Avio Aero e Fincantieri sono già integrati nei principali consorzi europei e internazionali, e il nuovo scenario offre l’opportunità di rafforzare ulteriormente il loro ruolo. La presidente della Commissione ha ricordato, in particolare, la joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, come esempio virtuoso di integrazione industriale transnazionale.

Leonardo, Fincantieri, Avio Aero: chi guadagna dal riarmo europeo

Leonardo è oggi il principale gruppo industriale italiano nel settore della difesa, con oltre 50.000 dipendenti e ricavi superiori ai 15 miliardi di euro annui. È attiva in tutti i segmenti strategici: aerospazio, elicotteri, sistemi radar, cyber e difesa terrestre. È inoltre già capofila in programmi europei come l’Eurodrone e il futuro caccia di sesta generazione Tempest, insieme al Regno Unito e al Giappone. Il piano Readiness 2030 può consolidare il suo ruolo come hub tecnologico continentale, catalizzando nuovi contratti e partnership.

Fincantieri, colosso della cantieristica militare e civile, occupa circa 20.000 persone e genera oltre 7 miliardi di fatturato, di cui una quota crescente legata alle commesse militari, come le fregate classe FREMM o i sommergibili U212NFS. Grazie al piano europeo, l’azienda potrebbe posizionarsi come player centrale per la difesa marittima dell’UE, ampliando le proprie collaborazioni con la Marina italiana e le marine alleate.

Avio Aero, società controllata da General Electric ma con radici e centri di eccellenza italiani (in Piemonte, Puglia e Campania), è attiva nella propulsione aeronautica e nei motori per velivoli militari. È parte del consorzio europeo per il nuovo motore del caccia Tempest e potrebbe beneficiare di nuove linee di finanziamento europee dedicate alla componentistica strategica.

Secondo un recente rapporto dell’AIAD (la federazione italiana delle aziende della difesa), il comparto nazionale vale complessivamente oltre 17 miliardi di euro l’anno, con un export che supera il 70% della produzione e una forza lavoro altamente qualificata. Le imprese italiane operano in una filiera che va dalla meccanica avanzata all’elettronica, dall’intelligenza artificiale ai materiali compositi. E sono pronte a scalare, se messe nelle condizioni di farlo.

Dalla manifattura alla tecnologia: la difesa come driver di sviluppo

Se fino a ieri il settore difesa era percepito come marginale rispetto alle politiche industriali europee, oggi è diventato centrale. Le tecnologie sviluppate in ambito militare generano ricadute positive sull’intero ecosistema dell’innovazione: dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, dalle comunicazioni sicure alla logistica avanzata. Readiness 2030 apre a un nuovo paradigma: quello di una difesa che traina anche l’economia civile.

Per l’Italia si tratta di un’occasione concreta di rilancio dell’industria manifatturiera avanzata. Il settore difesa vale già oggi circa il 2% del PIL industriale italiano e impiega oltre 50.000 addetti diretti. Il piano europeo potrebbe far crescere significativamente questi numeri, se accompagnato da riforme strutturali, sburocratizzazione e attrazione di capitali privati.

Debito comune o leva privata? Il dibattito è aperto

Come ogni grande progetto europeo, anche Readiness 2030 ha aperto un acceso confronto politico. Matteo Salvini ha dichiarato la sua contrarietà a qualsiasi ipotesi di debito comune per finanziare la difesa, paventando rischi di moral hazard e squilibri tra Stati. “Non è mai una buona notizia quando la Germania spende centinaia di miliardi di euro per armare il suo esercito”, ha detto il leader della Lega.

Una posizione che ha subito incontrato la replica di Manfred Weber, presidente del PPE, che ha ricordato come l’Italia potrebbe essere tra i principali beneficiari di questo piano. “Se i leghisti non capiscono che queste divisioni danneggiano l’Europa e l’Italia, non hanno colto la portata storica della missione”, ha affermato.

Il vero punto, però, è come finanziare questo sforzo. L’ipotesi di un nuovo strumento finanziario europeo – il cosiddetto “SAFE” – potrebbe sbloccare fino a 150 miliardi in prestiti garantiti dall’UE. Ma il successo dipenderà dalla capacità degli Stati membri di coordinarsi, evitare sprechi, e soprattutto attrarre capitale privato. In quest’ottica, la difesa può diventare un settore catalizzatore per il venture capital europeo e per l’innovazione tecnologica, se guidato con logiche di mercato.

Cogliere la sfida

Readiness 2030 rappresenta una delle più grandi sfide e opportunità per l’Europa del futuro. Per l’Italia, è il momento di giocare d’attacco: potenziare le proprie filiere strategiche, attirare investimenti e sviluppare una cultura industriale capace di integrare sicurezza e competitività.

Non si tratta solo di armarsi, ma di crescere. L’alternativa è restare spettatori in un mondo che si riarma e si ristruttura rapidamente. E per un Paese che ha eccellenze da offrire e competenze da valorizzare, sarebbe un errore imperdonabile.

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