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Gli Stati Uniti imitano il modello economico cinese?

25 Mar 2025 - Finanza

Dopo anni di promozione del libero mercato, Washington adotta tariffe, sussidi e restrizioni sugli investimenti. L’America si converte al protezionismo: la Cina detta le nuove regole del commercio globale.

Gli Stati Uniti imitano il modello economico cinese?

Da predicatori del libero scambio a protagonisti del protezionismo

Negli ultimi anni, l’evoluzione della politica economica americana ha mostrato un cambio di paradigma radicale. Una trasformazione iniziata durante la prima amministrazione Trump e poi proseguita sotto la presidenza Biden, fino ad accelerare bruscamente nei primi mesi del secondo mandato di Donald Trump. Tariffe, sussidi, limiti agli investimenti esteri: la nuova strategia economica degli Stati Uniti sembra sempre più ispirarsi al modello cinese. Un modello che Washington per decenni ha criticato, cercando invano di piegarlo alle regole del libero mercato occidentale.

L’illusione dell’integrazione: quando Pechino doveva diventare come l’Occidente

A partire dagli anni ’90, l’élite politica americana ha promosso una strategia di “engagement” con la Cina, convinta che l’integrazione del colosso asiatico nel sistema multilaterale avrebbe prodotto un’evoluzione verso il capitalismo liberale e, forse, anche verso la democrazia. L’ingresso di Pechino nel WTO nel 2001 fu visto come una tappa decisiva di questo percorso. Ma questa previsione si è rivelata clamorosamente sbagliata.

La Cina ha beneficiato enormemente della globalizzazione, ma ha mantenuto (e rafforzato) il controllo statale sull’economia. Il risultato? Una crescita vertiginosa del PIL, da 347 miliardi di dollari nel 1989 a oltre 17 trilioni nel 2023, e una conquista aggressiva di interi settori produttivi su scala globale, senza però adottare le regole e gli standard dell’Occidente.

Lo shock della deindustrializzazione e la reazione americana

Mentre la Cina puntava su sussidi massicci, “campioni nazionali” e politiche industriali pianificate, gli Stati Uniti assistevano impotenti alla fuga della manifattura e alla stagnazione di intere aree industriali. Il colpo di grazia arrivò con l’esplosione delle esportazioni cinesi: nel solo settore manifatturiero, la quota globale di Pechino è passata dal 9% del 2004 al 29% del 2023.

Di fronte al crescente squilibrio commerciale e alla chiusura del mercato cinese alle imprese occidentali, Washington ha cambiato rotta. Con Trump prima e Biden poi, gli Stati Uniti hanno introdotto tariffe, restrizioni agli investimenti, incentivi statali alle imprese strategiche e una nuova politica industriale da oltre 1.600 miliardi di dollari. In sostanza: hanno adottato strumenti fino a poco tempo prima criticati come “illiberali” e “statali”.

Una nuova dottrina economica: il capitalismo statale americano

Oggi gli Stati Uniti operano secondo un modello che potremmo definire “capitalismo statale nazionale”, molto simile a quello cinese. Il secondo mandato di Trump ha segnato un’ulteriore svolta: nuove tariffe del 20% su tutte le importazioni dalla Cina, un’inasprita selezione degli investimenti, politiche per riportare la produzione entro i confini americani. La strategia è chiara: proteggere i settori strategici, rilocalizzare la manifattura e rendere l’America meno dipendente dalle catene di approvvigionamento globali.

Ma i risultati non sono scontati. Secondo numerosi studi, tra cui uno della Federal Reserve, le tariffe del 2018 hanno avuto effetti negativi sull’occupazione manifatturiera statunitense e sulla produttività, soprattutto per l’aumento dei costi di input e le ritorsioni da parte di altri paesi.

L’Europa tra due fuochi

Anche l’Europa si trova ora a fare i conti con il modello cinese. La penetrazione dei veicoli elettrici cinesi nel mercato europeo è in forte crescita, con una quota passata da zero all’11% in soli cinque anni. Bruxelles ha introdotto dazi per frenare questa avanzata, ma resta il dilemma: accogliere gli investimenti cinesi per salvare la produzione interna o resistere a costo di perdere competitività?

Alcuni paesi stanno valutando la via cinese: imporre alle imprese cinesi joint venture obbligatorie e trasferimenti tecnologici, per non diventare semplicemente l’ultima stazione della catena del valore asiatica.

Chi scrive le nuove regole del commercio globale?

La vera lezione di questi anni è che la Cina, senza mai abbracciare il modello occidentale, è riuscita a imporsi come la potenza economica centrale nel nuovo ordine globale. Non è stata la Cina a diventare “come noi”, ma siamo stati noi a diventare, almeno in parte, “come la Cina”. Con un’economia mista, pianificazione industriale, e interventismo statale.

Trump, più che Biden, sembra aver colto questo cambio d’epoca, spingendo per una rottura netta con il passato. Ma la sua strategia resta fragile: senza una visione coerente e condivisa, il rischio è di bloccare gli investimenti esteri, colpire i consumatori con prezzi più alti, e creare un contesto di incertezza economica.

La Cina ha già vinto?

Nel duello tra modelli economici, Pechino ha imposto le sue regole senza mai rinunciare alla sovranità economica e strategica. L’Occidente, invece, è costretto ad adattarsi, spesso in modo reattivo e contraddittorio. Se il nuovo ordine economico è basato su protezionismo, sovvenzioni e intervento statale, allora la Cina ha già vinto la battaglia delle idee. E gli Stati Uniti, nel tentativo di inseguirla, potrebbero scoprire di aver perso molto più del semplice primato economico.

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