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JD Vance, il vicepresidente che guida la nuova “destra” occidentale

25 Mar 2025 - USA

Dalle radici operaie all’élite di Washington: Vance trasforma la vicepresidenza in un laboratorio politico, tra identità sovrana e nuova diplomazia occidentale.

JD Vance, il vicepresidente che guida la nuova “destra” occidentale

Le origini e l’ascesa fulminea

J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti, incarna una delle trasformazioni più sorprendenti della politica americana contemporanea. Nato in Ohio da una famiglia operaia di origini scozzesi e irlandesi, cresciuto tra difficoltà economiche e una madre affetta da dipendenze, Vance ha raccontato la sua storia nel bestseller Hillbilly Elegy, divenuto simbolo di un’America dimenticata e profondamente arrabbiata con l’establishment progressista. Dopo aver servito nei Marines e studiato a Yale, Vance ha unito competenze accademiche e radici popolari, conquistando rapidamente un posto d’onore nel movimento sovranista americano.

Una vicepresidenza che rompe gli schemi

A differenza dei suoi predecessori, spesso relegati a ruoli protocollari o marginali, Vance sta ridisegnando la figura del vicepresidente. Donald Trump lo ha scelto per bilanciare la sua nuova amministrazione con una presenza giovane, intellettualmente solida e profondamente radicata nella working class americana. E Vance non ha deluso. Secondo Politico, il vicepresidente è oggi “la figura più influente del governo dopo lo stesso presidente”, fungendo da punto di raccordo con i parlamentari repubblicani più giovani e con le nuove destre europee.

Il discorso di Monaco: una dottrina Vance?

Lo scorso febbraio 2025, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Vance ha pronunciato un intervento che molti commentatori, da The American Conservative al Wall Street Journal, hanno definito “storico”. Di fronte a una platea internazionale, il vicepresidente ha criticato duramente “l’universalismo ipocrita dell’élite globalista”, affermando che la nuova destra americana vuole “una sicurezza forte, ma non infinite guerre, una diplomazia robusta, ma non genuflessa, un’America guida, ma non impero”.

Ha sottolineato la necessità di costruire una nuova alleanza tra le democrazie sovrane: “Dagli Appalachi a Varsavia, da Budapest a Milwaukee, il nostro popolo vuole essere rispettato, non governato da tecnocrati. Vuole pace, non caos ideologico.”

Una figura ascendente nella destra occidentale

Sempre più osservatori considerano JD Vance come la sintesi tra Trump e una destra pensante, capace di coniugare pragmatismo geopolitico, difesa dei confini e attenzione al tessuto sociale interno. La sua voce risuona non solo negli Stati Uniti, ma anche tra i patrioti europei: Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Viktor Orbán ne hanno elogiato il rigore e la visione.

Secondo National Review, Vance è “la risposta americana al desiderio europeo di una destra moderna, credibile, non succube dei dogmi liberal”. La sua proposta politica si basa su un’idea semplice ma dirompente: tornare a dare senso alle istituzioni, restituendo voce ai cittadini reali contro le oligarchie globali.

Prospettive future

Con un Trump in grande forma ma pur sempre ottuagenario, cresce la percezione che JD Vance possa essere l’erede naturale della nuova destra americana. Un politico che parla la lingua del popolo ma conosce i codici del potere, che non ha paura di affondare colpi ideologici ma sempre con lucidità strategica.

Il suo ruolo da vicepresidente, tutt’altro che secondario, sta plasmando una generazione di conservatori in America e nel mondo. Una destra che non si vergogna di essere tale, che rifiuta tanto l’imperialismo globalista quanto il cinismo technocratico, e che in JD Vance ha trovato un leader credibile, moderno e profondamente radicato.

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