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Trump prepara l’America alla guerra

28 Mar 2025 - Geopolitica

Rilancio dell’industria, riarmo navale, pressioni su Kiev e occhi puntati sulla Groenlandia: la nuova dottrina Trump mira a rendere gli USA una potenza autosufficiente, pronta allo scontro globale con la Cina.

Trump prepara l’America alla guerra

Gli Stati Uniti e la nuova strategia globale di Trump: tra potenza industriale, deterrenza militare e pragmatismo geopolitico

L’amministrazione Trump ha delineato negli ultimi mesi una visione chiara e coerente: ricostruire la capacità degli Stati Uniti di affrontare una guerra totale contro un avversario pari livello, in primis la Cina. Questo non avviene solo con manovre militari o pressioni diplomatiche, ma attraverso un disegno ampio, strutturato, radicato nella realtà geopolitica ed economica. L’obiettivo non è più esportare democrazia, ma ricostruire la sovranità industriale, ristabilire l’autonomia militare e riplasmare gli equilibri strategici globali.

La Groenlandia: un interesse che va oltre la provocazione

Quando Donald Trump, nel suo primo mandato, parlò della possibilità di acquistare la Groenlandia, fu deriso da molti. Ma oggi quella visione appare per ciò che realmente era: lungimiranza geopolitica. La Groenlandia è una delle aree più ricche al mondo di risorse strategiche: terre rare, uranio, nichel, zinco, petrolio e gas naturale. È anche una piattaforma militare avanzata nell’Artico, snodo cruciale per il controllo del Nord Atlantico e punto di osservazione verso Russia e Cina.

Trump ha rilanciato l’idea nel suo secondo mandato con maggiore determinazione, sostenendo che il controllo o almeno la partnership strategica con l’isola sarebbe fondamentale per garantire l’accesso autonomo degli USA a materie prime indispensabili all’industria bellica e tecnologica. In un mondo multipolare, chi controlla le risorse ha già vinto metà della guerra.

Rilanciare l’industria bellica: il cuore della dottrina Trump

Il vero tallone d’Achille degli Stati Uniti oggi non è la mancanza di tecnologia, ma la perdita di capacità produttiva interna. L’apparato industriale che vinse la Seconda Guerra Mondiale è stato smantellato da decenni di delocalizzazioni e globalizzazione. Trump vuole invertire la rotta: riportare le catene di montaggio in patria, rilocalizzare la produzione strategica e creare una base industriale in grado di sostenere un conflitto prolungato.

In questo contesto, il settore cantieristico è emblematico. Attualmente, la Cina costruisce più navi da guerra in un anno di quante gli Stati Uniti riescano a produrne in cinque. Pechino dispone di oltre 20 grandi cantieri navali dedicati, alcuni capaci di assemblare simultaneamente più cacciatorpediniere, mentre la US Navy è ancora alle prese con ritardi e sforamenti di budget, come nel caso della USS Constellation, la cui costruzione procede con solo il 10% completato e costi già saliti di oltre 600 milioni di dollari.

Per colmare il divario, Trump ha proposto la creazione di un National Shipbuilding Office, che coordini investimenti, innovazione e ampliamento degli impianti navali lungo tutta la costa americana. La priorità è accelerare la produzione di fregate, sottomarini d’attacco e navi logistiche. Il modello è quello della mobilitazione bellica degli anni ’40.

Munizioni, missili, artiglieria: ricostruire la capacità di fuoco

La guerra in Ucraina ha rivelato quanto siano vulnerabili le scorte statunitensi: i magazzini di munizioni da 155 mm si sono svuotati in pochi mesi. La produzione americana attuale è di circa 30.000 proiettili al mese, ma Trump punta a superare quota 100.000 entro fine 2025. General Dynamics sta costruendo in Texas un mega-impianto con tre linee dedicate, mentre il Dipartimento della Difesa ha ordinato investimenti in testate per missili cruise a basso costo, riattivando arsenali che erano rimasti fermi dalla Guerra Fredda.

Il programma Typhon, installato di recente nelle Filippine, è solo una parte del quadro: servono missili antinave, missili a lungo raggio, droni da combattimento e difese antimissile su scala industriale. Il problema, tuttavia, non è solo la produzione, ma l’autonomia: la maggior parte dei semiconduttori usati per i sistemi di guida è prodotta all’estero, in particolare a Taiwan e Corea del Sud. Da qui l’urgenza di costruire, con fondi federali, nuove fonderie di chip in Arizona e Ohio.

De-escalation e realismo strategico: il caso Ucraina

L’altro pilastro della strategia di Trump è il ritorno a una visione realista delle alleanze. Invece di dissipare risorse in guerre di logoramento, l’ex presidente intende concentrare l’attenzione sulla vera minaccia: la Cina. In questa logica, l’Ucraina è vista come un dossier europeo, da congelare con un compromesso negoziale. Il taglio degli aiuti militari a Kiev è stato un segnale chiaro: l’epoca delle guerre ideologiche è finita, ora si torna al pragmatismo.

In cambio di una pace negoziata in Europa, Trump vuole favorire un riavvicinamento con Mosca, spezzando il patto di ferro che lega la Russia alla Cina. Esattamente come fece Nixon nel 1972, ribaltando la Guerra Fredda. L’obiettivo non è “vincere” in Ucraina, ma impedire che Russia e Cina formino un asse militare-industriale capace di eguagliare la potenza americana.

Trump e la dottrina della sovranità strategica

Ciò che molti considerano provocazioni o scelte estemporanee – il disimpegno in Ucraina, l’offerta per la Groenlandia, i dazi sull’acciaio, i fondi per costruire cantieri – è in realtà parte di una dottrina coerente: riportare gli Stati Uniti a essere una potenza militare sovrana, capace di decidere da sola quando e come combattere, senza dipendere da forniture straniere o coalizioni fragili.

Nel mondo multipolare che si sta delineando, la sopravvivenza non dipende solo dalla potenza di fuoco, ma dalla capacità di produrla. Trump ha compreso che la forza passa dalla fabbrica, dal porto, dalla miniera. E su questa base sta costruendo il nuovo volto dell’America: meno globalizzata, più solida, meno idealista, più temibile.

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