C’è un paradosso al centro della politica europea di questi mesi: il governo formale dell’Unione — la Commissione von der Leyen, sostenuta da popolari, socialisti e liberali — esiste sulla carta, ma le leggi le fa un’altra maggioranza. Una maggioranza che non si è mai dichiarata, che non ha tenuto un congresso, che non ha firmato un accordo di coalizione. Eppure vota compatta, vince, e lascia il segno su dossier che toccano i diritti fondamentali, le regole del mercato, il futuro dell’integrazione europea. Il regolamento rimpatri approvato in commissione il 9 marzo è l’ultimo capitolo di questa storia. Ma per capirlo bisogna partire dall’inizio — e dall’Italia.
Cosa prevede il regolamento rimpatri
La proposta nasce dalla Commissione europea nel marzo 2025 e sostituisce la direttiva rimpatri in vigore dal 2008. Il punto di partenza è un dato: solo uno su cinque tra i migranti irregolari che ricevono un ordine di espulsione lascia effettivamente il territorio dell’Unione. Bruxelles decide di affrontare il problema inasprendo le procedure e creando strumenti nuovi.
Il testo approvato in commissione LIBE il 9 marzo 2026 stabilisce che ogni Stato membro sia obbligato a emettere una decisione di rimpatrio nei confronti di qualsiasi cittadino extracomunitario in soggiorno irregolare. Il periodo di detenzione massima sale da 18 a 24 mesi. Le decisioni di rimpatrio vengono inserite in un “ordine di rimpatrio europeo” valido in tutta l’area Schengen: se uno Stato emette un ordine, tutti gli altri sono tenuti a riconoscerlo ed eseguirlo entro il 1° luglio 2027.
La novità più controversa riguarda i cosiddetti return hubs: centri di detenzione costruiti fuori dal territorio dell’Unione, in Paesi terzi con cui uno Stato membro o l’UE abbiano stipulato un accordo bilaterale. La persona da espellere può essere trasferita in questi centri anche se non ha alcun legame con il Paese che li ospita. Le condizioni di soggiorno, la durata massima della permanenza e le garanzie applicabili vengono delegate alle singole intese bilaterali, sottraendole al controllo diretto del diritto europeo. Il testo approvato dal Parlamento ha eliminato anche la disposizione originaria che avrebbe istituito un organismo indipendente di monitoraggio.
Il modello di riferimento, implicito ma evidente, è il centro italiano in Albania — che la magistratura italiana ha più volte bloccato in attesa di pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione. Con il nuovo regolamento, quell’esperienza verrebbe non solo legittimata ma resa replicabile su scala continentale.
Come è stato approvato: la “maggioranza Venezuela” in azione
Il voto del 9 marzo non sarebbe stato possibile con la maggioranza che sostiene formalmente la Commissione von der Leyen. I tre pilastri di quella maggioranza — PPE, socialisti S&D, liberali di Renew Europe — sono arrivati alla votazione in commissione già fratturati. Il relatore liberale olandese Malik Azmani aveva elaborato un testo di mediazione, ritenuto però troppo duro dalla famiglia socialista: le negoziazioni sono saltate.
A quel punto il PPE ha cambiato tavolo. Il negoziatore popolare François-Xavier Bellamy ha presentato un testo alternativo, costruito con il supporto di ECR, Patrioti per l’Europa e Europa delle Nazioni Sovrane. Con 41 voti a favore e 32 contrari, gli emendamenti di compromesso targati PPE sono stati approvati. I socialisti hanno chiesto di rinviare il voto; la richiesta è stata respinta.
Questo è esattamente il meccanismo che da settembre 2024 porta il nome di “maggioranza Venezuela”. Il termine nasce il 19 settembre di quell’anno, quando per la prima volta il PPE vota insieme a conservatori, patrioti e sovranisti per far passare una risoluzione che riconosceva Edmundo González Urrutia come presidente legittimo del Venezuela — contro l’astensione dei liberali e l’opposizione dei socialdemocratici. Da quel voto il nome è rimasto attaccato alla configurazione: PPE + ECR (Fratelli d’Italia) + Patrioti per l’Europa (Lega, Le Pen, Orbán, Wilders) + Europa delle Nazioni Sovrane (AfD).
Non è una coalizione formale. È un’alleanza di fatto, attivata dossier per dossier, che ha già prodotto risultati concreti: la legge europea sulla deforestazione indebolita e rinviata, il pacchetto Omnibus di deregulation approvato a dicembre 2025, la procedura d’urgenza sulla politica di Coesione voluta da Raffaele Fitto, e ora il regolamento rimpatri. Su ciascuno di questi voti, il PPE ha lasciato la sponda sinistra della sua coalizione ufficiale e ha cercato i numeri a destra.
Il modello Albania: l’apripista che l’Europa ha adottato
Per capire cosa significhino concretamente i return hubs previsti dal regolamento, basta guardare a ciò che l’Italia fa già dal 2024. Il protocollo Meloni-Rama, firmato il 6 novembre 2023 e ratificato nel 2024, ha ceduto all’Italia due aree del territorio albanese — il porto di Shengjin e la piana di Gjader — dove Roma ha costruito a proprie spese tre strutture interamente gestite da autorità italiane: un centro di trattenimento per richiedenti asilo da 880 posti, un CPR da 144 posti e un penitenziario da 20. Il costo totale dell’operazione, tra costruzione e gestione su cinque anni, ammonta a circa 650 milioni di euro.
Il bilancio operativo è stato a lungo controverso. Nelle intenzioni originarie dell’esecutivo, i due centri avrebbero dovuto ospitare almeno 36.000 persone l’anno. Da aprile a ottobre 2025 vi sono invece transitati circa 219 migranti, e in circa il 70 per cento dei casi i giudici non hanno convalidato il trattenimento. L’ostacolo principale è stato giuridico: la Corte di Giustizia dell’UE ha stabilito nell’ottobre 2024 che la designazione di un Paese come “sicuro” deve valere per tutto il suo territorio, senza eccezioni — una sentenza che ha reso difficile applicare le procedure accelerate ai migranti provenienti da Bangladesh ed Egitto.
Nelle ultime settimane di febbraio 2026 il centro di Gjader è tornato a riempirsi: due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno hanno portato il totale oltre le novanta presenze, il numero più alto dall’apertura. Il cambio di passo non è casuale: coincide con l’accelerazione europea sul regolamento rimpatri e con l’approvazione, a febbraio 2026, di una lista comune UE di Paesi di origine sicuri che include Bangladesh, Egitto, Tunisia, India, Marocco, Kosovo e Colombia — la stessa lista che il governo italiano attendeva per dare operatività piena ai centri.
È su questo punto che il collegamento con il regolamento rimpatri diventa diretto. Susanna Ceccardi, eurodeputata della Lega e del gruppo Patrioti per l’Europa, ha esultato per il via libera ai return hubs citando esplicitamente l’accordo con l’Albania come modello europeo. Il regolamento, se approvato nella sua forma definitiva, fornirebbe la base giuridica europea per replicare quel modello su scala continentale — rimuovendo le incertezze interpretative che fino a oggi hanno reso operativamente fragile l’esperimento italiano.
La remigrazione: da slogan a proposta
Mentre il Parlamento europeo approva il regolamento rimpatri, in Italia prende forma un’altra iniziativa che sposta ulteriormente l’asse del dibattito. Il 31 gennaio 2026 la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” supera in meno di 24 ore le 50.000 firme necessarie per essere presentata in Parlamento. È un dato politicamente rilevante, indipendentemente dal giudizio sul merito.
Il termine “remigrazione” nelle scienze sociali indicava il ritorno volontario dei migranti nel Paese d’origine. A partire dagli anni Novanta è stato progressivamente appropriato dalla destra europea — soprattutto in Francia e Germania — assumendo un significato politico diverso: politiche di espulsione su larga scala, rivolte non solo ai migranti irregolari ma anche a persone regolarmente residenti considerate “non assimilate”. In Germania è nel programma di AfD; in Austria è nel programma del Partito della Libertà, oggi al governo; in Italia è portata avanti dalla Lega con il sostegno esplicito di Roberto Vannacci.
La proposta italiana operazionalizza questo concetto in termini legislativi concreti. Il testo ridefinisce i principi generali in materia migratoria, affermando esplicitamente che non esiste un diritto intrinseco a migrare, e attribuisce allo Stato un potere pieno di controllo su ingressi e permanenza degli stranieri. Il sistema dei rimpatri previsto distingue tra espulsioni obbligatorie — per irregolari e condannati in via definitiva, con divieti di reingresso di almeno dieci anni — e remigrazione formalmente volontaria ma incentivata, rivolta anche a persone legalmente presenti: cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno da almeno un anno, richiedenti asilo che rinunciano alla domanda, titolari di permessi temporanei non rinnovabili. Chi aderisce firma un patto che vieta il rientro in Italia, con sanzioni penali e obbligo di restituzione dei fondi in caso di violazione.
La collocazione nell’ecosistema politico europeo è altrettanto significativa quanto il contenuto. A maggio 2025 le destre europee si erano già date appuntamento a Gallarate per il primo Remigration Summit europeo, con la partecipazione di AfD, Vlaams Belang e altri movimenti identitari del continente. Il tema è diventato un punto di coordinamento transnazionale — trasversale alla distinzione tra destra istituzionale e destra movimentista.
La domanda rilevante non è se la remigrazione debba essere considerata accettabile o meno. La domanda rilevante è strutturale: in che rapporto si trova con il regolamento rimpatri approvato in commissione il 9 marzo? La risposta è che il regolamento crea l’infrastruttura legale — return hubs, detenzione estesa, ordine di rimpatrio europeo — che renderebbe operativa, almeno in parte, la logica che la proposta di remigrazione articola sul piano politico. Le due iniziative non si sovrappongono, ma si alimentano: il regolamento normalizza sul piano del diritto ciò che la remigrazione propone sul piano programmatico.
Perché questa alleanza esiste e cosa significa
La “maggioranza Venezuela” non nasce dal nulla. Nasce da un fatto strutturale: le elezioni europee del giugno 2024 hanno spostato il baricentro del Parlamento. I gruppi di destra e destra radicale complessivamente superano la soglia di 361 seggi necessaria per la maggioranza se il PPE decide di allinearsi con loro. Manfred Weber, capogruppo del PPE, ha compreso che non ha più bisogno dei socialisti per governare l’aula. Può scegliere da che parte andare a seconda del dossier.
Questo significa che la “maggioranza Ursula” — l’accordo che ha consentito la riconferma di von der Leyen alla guida della Commissione — è diventata sempre più una finzione istituzionale. Formalmente esiste; nei fatti opera solo quando conviene al PPE. Il centro-sinistra europeo, socialisti in testa, non ha finora trovato il modo di forzare i popolari a dichiararsi: nessun ultimatum, nessuna crisi, nessuna rottura formale. Il risultato è che l’alleanza di destra avanza senza dover nemmeno ammettere di esistere.
Sul piano dei contenuti, il regolamento rimpatri è paradigmatico. Fino a pochi anni fa, misure come la detenzione fino a 24 mesi e i centri di espulsione offshore erano considerate di difficile applicazione giuridica e politicamente impraticabili nel quadro della maggioranza Ursula. Oggi sono testo approvato in commissione parlamentare, con i voti dei popolari e di tutta la destra. Il modello Albania — che la magistratura italiana aveva per mesi bloccato — sta diventando diritto europeo. La proposta di remigrazione — che un anno fa sarebbe stata archiviata come iniziativa di frangia — raccoglie 50.000 firme in un giorno. La linea si è spostata, e si è spostata in modo permanente.
Il quadro che emerge
Il regolamento rimpatri andrà ora ai triloghi — i negoziati interistituzionali tra Parlamento, Consiglio e Commissione — per arrivare alla sua forma definitiva. Il Consiglio dell’Unione aveva già espresso la propria posizione a dicembre 2025 con un testo ancora più restrittivo: includeva la possibilità di stipulare accordi di rimpatrio persino con Paesi in cui siano documentate carenze nel rispetto dei diritti umani. Francia, Spagna, Grecia e Portogallo hanno votato contro. Nei triloghi il testo rischia di indurirsi ulteriormente.
Quello che il voto del 9 marzo certifica non è soltanto il contenuto di una legge. Certifica che la destra europea ha imparato a governare senza governare formalmente. Ha imparato a produrre risultati legislativi concreti restando tecnicamente all’opposizione, o al margine, della coalizione ufficiale. Il modello Albania ha anticipato il diritto europeo. La proposta di remigrazione sta anticipando il dibattito parlamentare. La “maggioranza Venezuela” ha già vinto diversi voti chiave, senza mai firmare un accordo di coalizione. È una forma di potere nuova per il Parlamento di Strasburgo — discreta, efficace, e per ora senza argine visibile.
Fonti
Eunews – Il Parlamento europeo procede con la stretta sui rimpatri (9 marzo 2026)
Quotidiano.net – Grazie all’asse tra PPE e destre passa la stretta sui rimpatri (10 marzo 2026)
Euronews – Parlamento europeo pronto ad approvare il provvedimento sulle espulsioni (10 marzo 2026)
Domani – Regolamento rimpatri, l’alleanza del PPE con la destra (2026)
Europa Today – Il PPE si allea ancora con la destra per la stretta sui migranti (marzo 2026)
Adnkronos Eurofocus – Cos’è la maggioranza Venezuela (ottobre 2024)
Today.it – La nuova stretta del governo sull’immigrazione non salverà i centri in Albania (febbraio 2026)
Avvenire – Il centro migranti in Albania si è ripopolato (febbraio 2026)
Pagella Politica – Remigrazione: cosa prevede la proposta di legge di iniziativa popolare (2026)
Il Foglio – Dalle banlieue francesi alla proposta di legge sulla remigrazione (febbraio 2026)
Eunews – Bruxelles presenta la stretta sui rimpatri e apre ai centri in Paesi terzi (marzo 2025)
Eurojus – Verso un nuovo regolamento europeo sui rimpatri: il nodo dei return hubs

